Il lavoro può darci la felicità? Si, nella misura in cui possiamo agire sui segnali di “fatica” che generano un danno nelle relazioni con noi stessi e con gli altri

La nostra vita è caratterizzata da una continua ricerca di felicità: possiamo dire che si vive per essere felici e la felicità viene vissuta come un traguardo da raggiungere.

Questa ricerca tormentosa è un’illusione nel momento in cui viene intesa come obiettivo anziché come un modo per “abitare” la nostra esistenza.

E sul lavoro? È la stessa identica cosa.

Tutte le nostre scelte in ambito professionale, e prima ancora formativo, sono rivolte a quel particolare tipo di lavoro che immaginiamo di trovare.

Si tratta in realtà “solo” della nostra percezione del lavoro, non del lavoro effettivo che scopriamo in un secondo momento avere molte mancanze e tanti momenti difficili.

Il lavoro può, dunque, darci la felicità?

Notevoli opportunità nascono, a mio avviso, dalla ricerca di una risposta.

Per molti il lavoro è una necessità, per altri è un mezzo per acquisire una dignità, per altri ancora è sinonimo di uno status.

L’etimologia del termine lavoro richiama a una componente della condizione lavorativa: quella della fatica.

Il lavoro in fisica è il prodotto della forza per lo spostamento tale da garantire un cambiamento.

Nel lavoro è, quindi, richiesta un’energia particolare che molti chiamano fatica, che spesso è alimentata dalla motivazione.

Fin qui tutto bene, non fosse per il fatto che esiste una distorsione concettuale nella nostra società sul termine di fatica.

La fatica viene considerata come un valore anziché un segnale su cui intervenire.

Nel senso pratico del termine il valore è una virtù dell’animo che fa l’uomo eccellente in ogni cosa; il segnale, invece, è un avviso che contiene un’informazione considerevole.

Pertanto, se la fatica è intesa come una qualità che dona eccellenza all’individuo, si capisce bene che la dose massima che ogni lavoratore è disposto a sopportare ha un limite molto ampio e forse smisurato, intendendo la fatica come un mezzo per raggiungere la felicità.

Conseguenza di questo approccio è l’alto contenuto di stress che si è disposti a sopportare, il deterioramento dei rapporti e l’inevitabile calo delle performance. In poche parole, il fine giustifica i mezzi e non esiste limite al maltrattamento personale, dato che questo modo di agire è funzionale al raggiungimento della mia felicità.

Dal momento in cui, invece, la stessa fatica potesse essere intesa come una “informazione vigilante” sul rapporto che l’individuo ha nei confronti di se stesso e del proprio stare bene, si potrebbe intervenire nel giusto tempo e con le corrette modalità al fine di contenere lo stress, valorizzare le relazioni e raggiungere o mantenere performance ottimali e funzionali nel tempo.

La fatica, pertanto, in una visione più ecologica di valorizzazione dell’Essere Umano, non dovrebbe essere interpretata come un mezzo per raggiungere l’obiettivo della felicità, ma come un indicatore da monitorare al fine di evitare di fondere il nostro motore arrecando danni irreparabili.

Così facendo, la stessa felicità diverrebbe non un obiettivo, ma parte integrante del nostro percorso professionale e di vita.

Il lavoro può, pertanto, darci benessere nella misura in cui riusciremo a definirlo come un allenamento di felicità quotidiana, nel quale monitorare costantemente la dose minima di maltrattamento che si è disposti a soffrire e su di essa intervenire facendo ricorso a ciò che ci differenzia da qualunque altro essere vivente, il senso della possibilità ovvero la capacità di immaginarci un futuro migliore iniziando ad agire da subito per realizzarlo.

Semplicemente dare il meglio di sé, assaporando il nostro cammino.