Comandare con gentilezza.

Il leader non è una persona che ha potere e viene seguita e rispettata perché detiene questo potere.

Un leader, in realtà, è qualcuno che gli altri vogliono seguire senza esserne costretti.

Tutti abbiamo la possibilità di ricoprire questo ruolo nella nostra vita, di essere punti di riferimento per chi ci sta vicino, avere questa opportunità è un dono, perché possiamo davvero contribuire alla vita degli altri se impariamo come assumerci questa responsabilità.

Il più grande ruolo di un leader è quello di educare. Qual’è allora il modo migliore di educare?

Ricordo sempre che durante la partecipazione ad un Master presso l’Università di Firenze dal titolo “Democrazia affettiva e dialoghi per la pace” un frase che mi è rimasta impressa:

“litigare per educare, educa a litigare” (cit. dott. Renato Palma).

Da allora penso che il modo migliore per educare sia attraverso la gentilezza.

Ma, cosa vuol dire essere gentile?

Se andiamo a ritroso fino all’etimologia della parola, scopriamo come “gentile” sia una caratteristica dell’essere umano in quanto tale.

Molti pensano che la gentilezza sia cortesia, dire buongiorno o buonasera, grazie e prego. Sì, indubbiamente, ma è anche molto altro: la gentilezza è cura e attenzione agli altri che richiede molto impegno.

Sembra che negli ultimi tempi, abbia perso il suo ruolo chiave per ogni rapporto sociale.

Secondo il “National Institute on Aging di Baltimora”, avere un temperamento aggressivo e violento aumenterebbe il rischio di avere infarti o ictus. Inoltre, ogni volta che siamo scontrosi o aggressivi, si liberano nel nostro organismo ormoni quali l’adrenalina, il testosterone e il cortisolo. Se scontrosità e aggressività sono tratti ricorrenti nel nostro comportamento e del nostro carattere la presenza troppo frequente di tali ormoni può a lungo termine influire negativamente sulla salute.

Essere gentile fa bene alla salute, ormai è confermato dai grandi luminari della scienza mondiale. Numerosi, infatti, sono gli studi al riguardo, e tutti si mostrano concordi nell’affermare quanto la gentilezza ci faccia bene, a livello mentale, relazionale ed emotivo. Anche e soprattutto nel mondo del lavoro.

Essere gentile suscita nella maggior parte delle altre persone un comportamento analogo, che si traduce in una migliore qualità delle nostre relazioni e in emozioni positive che aumentano il nostro benessere psicofisico immediato e rinforzano a lungo termine il nostro sistema immunitario. Viceversa, comportamenti scontrosi o aggressivi stimolano scontrosità o aggressività nei nostri interlocutori e, quindi, ci fanno entrare in un circolo vizioso di collera e paura, con effetti ormonali e immunitari di segno negativo. In pratica, essere gentili con gli altri vuol dire innanzitutto esserlo con se stessi.

Perché i leader buoni sono buoni leader

Non è solo un’opinione (che dovrebbe essere norma), ma anche un libro di due autori e professori statunitensi William F. Baker e Michael O’Malley. Se sei tra quelli che pensano che comandare voglia dire usare il pugno di ferro… forse dovresti acquistare questo libro. Qui non c’è spazio per il capo spietato e menefreghista. In tempi difficili, ciò che conta, non è essere buoni, ma saper conciliare autorità e gentilezza per ottenere il massimo da dipendenti e collaboratori.

Se sei tra quelli che pensano che comandare voglia dire usare il pugno di ferro… forse dovresti acquistare questo libro. Qui non c’è spazio per il capo spietato e menefreghista. In tempi difficili, ciò che conta, non è essere buoni, ma saper conciliare autorità e gentilezza per ottenere il massimo da dipendenti e collaboratori.

Insomma, i due autori ci accompagnano in un viaggio che svela i tanti casi nei quali è possibile ottenere grandi performance dai collaboratori usando comprensione ed attenzione ai sentimenti.

Citando un estratto del libro: “Emozioni quali la compassione, l’empatia e la gentilezza sono spesso congedate come non quantificabili a livello d’impatto su un’organizzazione, oppure scambiate per debolezza”.

Tuttavia varie ricerche nel campo della neuroscienza e delle scienze sociali hanno messo in evidenza le basi fisiologiche e culturali della risonanza emozionale nei rapporti sociali, così come i suoi effetti misurabili in relazione a performance sia individuali che di gruppo.”. Cosa vuol dire tutto questo?

A questo punto dovrebbe essere scontato ma… siate gentili!

Non abbiate paura di mostrarlo, ormai è stato provato che non è un sintomo di debolezza.

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