Il relazionarsi si sta facendo sempre più a misura di “software” e sempre meno a misura d’uomo.

Serve il coraggio di “cambiare” da HR (Human Resources) a HR (Human Relations)

L’essere umano in quanto tale non può mai essere considerato come una risorsa, il denaro, il petrolio e forse il tempo possono essere considerate delle risorse, ma le persone no.

Siamo molto di più.

Ma andiamo con ordine, letteralmente per risorsa s’intende qualsiasi mezzo capace di rispondere ad una necessità.

Dal latino, il termine risorsa significa risorgere, attraverso il francese: ressource.

È una parola comune e basilare, ma la sua etimologia lascia perplessi: che c’entra il risorgere con la risorsa?

La risorsa si riferisce alle ricchezze della terra che tornano alla luce – in particolar modo, all’acqua: una sorgente riporta in superficie la pioggia penetrata nelle falde sotterranee, la fa risorgere.

Le risorse economiche sono facili da quantificare e in molti casi necessarie.

Sotto questo aspetto il termine risorsa lascia spazio a un qualcosa che dobbiamo cercare.

Ma quando entriamo nel campo degli esseri umani, il termine che meglio si sposa è un impegno a coltivare e a promuovere una crescita di qualcosa che è già presente.

Ma cosa viene coltivato e promosso con il fine di una crescita negli esseri umani? la relazione.

Forse non sempre ce ne rendiamo conto ma il fulcro attorno al quale ruota l’esistenza umana sta nella capacità di relazionarsi, di comunicare, di far passare il proprio pensiero così come vive dentro di noi, e nel contempo comprendere quale sia il vero pensare altrui.

I bambini iniziano a sentire le piccole difficoltà del vivere quando perdono la sicurezza di essere compresi dai genitori.

La difficoltà relazionale “principe” è il pensare che gli altri o semplicemente l’altro non ci comprenda. È qui che nascono i problemi di relazione, le sensazioni di solitudine, alcuni disagi e persino molte depressioni.

Agli umani non manca la capacità intrinseca di socializzare e di vivere in società tutto ciò però si impiglia nell’esaltazione del proprio io e nei mezzi di comunicazione che ci stanno imponendo modelli su cui riflettere.

Le relazioni umane sono il centro di tutto.

L’essenza ultima di ogni preoccupazione umana finisce sempre col manifestarsi come un problema di relazione: con i genitori, con i figli, con i colleghi, con gli amici, con il partner, con i vicini, i concittadini, le diverse culture, etnie e via dicendo.

Non può esserci compromesso possibile laddove persone non vogliono categoricamente relazionarsi: non è percorribile alcuna strada diplomatica se non quella di cercare in qualche maniera di ricostruire una linea relazionale.

La base per comprendere l’altro è sempre la relazione, il parlarsi, il comunicare.

Ho paura che il relazionarsi si stia facendo sempre più a misura di “software” e sempre meno a misura d’uomo.

Le relazioni umane dovrebbero invece col tempo recuperare una sostanza fatta di sensazioni e non solo di contatti.

Relazionarsi è il grande ed unico scopo che ha l’uomo nel vivere: confrontarsi, vivere in società, collaborare, costruire amicizie, conoscenze, amori; tutto è condizionato dalla potenzialità e dalla capacità di relazionarsi.

Quotidianamente ho la fortuna di confrontarmi con chi si occupa nel quotidiano di Risorse Umane e la domanda che faccio spesso è questa: “Se in una stanza siamo solo io e te e stiamo conversando, quante relazioni ci sono?”.

La risposta che più spesso mi viene data è: ”2, la relazione che ho io con te e quella che tu hai con me”.

Sbagliato, la risposta che ritengo più corretta è 4.

Questo perché considero come parte integrante di una relazione anche quella chi io ho con me stesso e quella che il mio interlocutore ha con sé stesso.

Alla relazione che abbiamo con noi stessi spesso e volentieri non facciamo caso, la trascuriamo e di conseguenza ci trascuriamo.

Quel dialogo continuo, interiore e intimo che abbiamo con noi stessi quotidianamente passa inosservato, aumentando di conseguenza il nostro senso di fatica nello stare, o per meglio dire, nell’essere noi stessi nel tempo con gli altri.

È possibile relazionarsi in modo corretto con gli altri se non considero la relazione che ho con me stesso? no è la risposta.

Se consideriamo peraltro che il “ragionamento simbolico”, ovvero la capacità di leggere i segnali è una dote esclusivamente umana e ci ha consentito di collaborare relazionandoci al meglio tenendo conto dei nostri interessi e anche di quelli dei nostri alleati, permettendoci di dominare il pianeta, risulta ben chiaro che la capacità di sentirci e di entrare in una buna relazione con noi stessi è una dote naturale e preziosa.

Questo essere sordi alla relazione con sé stessi ci sta abituando a non sentire i segnali di fatica e di conseguenza ad avere un cattivo rapporto con sé stessi e con gli altri.

Viviamo in un’epoca di analfabetismo emozionale in cui abbiamo molte difficoltà a riconoscere a fondo quali sono le emozioni che proviamo.

Viviamo in un’epoca in cui abbiamo smesso di sentirci.

La fatica viene considerata come un valore anziché un segnale su cui intervenire.

È importante convincerci che se avvertiamo fatica, a qualsiasi livello, il sistema non funziona in modo ottimale.

Nella maggior parte delle aziende non vengono considerati i costi relazionali, ovvero i costi delle persone che vanno in blocco, che non riescono più a fare niente, che hanno perso il rapporto con gli altri e con sé stesse.

Stare male è faticoso ed è un costo non sostenibile per una organizzazione, posso scalare l’Everest in infradito e far fina di nulla ma prima o poi la fatica sarà cosi grossa che mi sarà impossibile raggiungere la cima che mi ero prefissato.

Avvertire il senso di fatica dovrebbe, al contrario, accendere una spia, farmi capire che qualcosa non sta funzionando.

Dal momento in cui, la stessa fatica potesse essere intesa come una “informazione vigilante” un segnale sul rapporto che l’individuo ha nei confronti di sé stesso e del proprio stare bene, si potrebbe intervenire nel giusto tempo e con le corrette modalità al fine di contenere lo stress, valorizzare le relazioni e raggiungere o mantenere performance ottimali e funzionali nel tempo.

In questa visione più ecologica di valorizzazione dell’Essere Umano, al rapporto che si ha con sé stessi va data un’importanza fondamentale per il Ben – Essere dell’individuo e dell’organizzazione.

Il ruolo delle “Human Resources” gioca un ruolo strategico fondamentale nel dotarsi di tempi e metodi, al fine di rendere possibile un migliore rapporto con sé stessi ai collaboratori, per essere fonte di un futuro più profittevole.

Un bel futuro che non potrà prescindere da un buon relazionarsi all’interno delle “Human Relations”, lo ammetto questo termine mi piace di più.